Campo Trincerato Roma
“operare i forti”. Per un progetto di riconversione dei forti militari di Roma. (Gangemi editore)
Il libro, esito della Ricerca di Ateneo Federato delle Scienze Umane, Arti e Ambiente e del confronto tra il Dipartimento di Architettura della Sapienza (Andrea Bruschi, Vincenzo Giorgi, Anna Giovannelli, Paola Guarini, Andrea Grimaldi, Giovanni Tomassetti) e l’Associazione Campo Trincerato Roma (Simone Ferretti e Luigi Tamborrino) analizza lo stato attuale dei forti romani proponendo nuove modalità d’intervento nel recupero e individuando criteri per nuove e attuali destinazioni d’uso.
“La mappa degli edifici monumentali d’Italia potrebbe oggi venir redatta a due livelli, a seconda cioè che essi mostrino o no il marchio dei ripristinatori e di coloro che, sotto il pretesto del restauro, hanno come fine il ripristino più o meno integrale. E’ ovvio che la manutenzione dei monumenti è indispensabile per la loro stessa esistenza fisica; e del tutto plausibili sono gli interventi volti a eliminare le inserzioni di corpi estranei che (in seguito a periodi economicamente depressi e a situazioni di grave carenza nella struttura sociale e amministrativa) hanno preso abusivamente dimora delle loro architetture, come parassiti privi di ogni significato artistico e culturale.
( ….) Il ripristino è di tutt’altro genere, e si può definire come la potatura radicale di un monumento, dal quale vengono eliminate spietatamente tutte le aggiunte posteriori a quello che era (o si presume fosse) il suo aspetto originario, ed eliminandole anche quando si tratta di apporti di alta qualità artistica e di grande significato storico e culturale.”
Così, nel 1981, il critico Federico Zeri, in uno dei suoi articoli comparsi su “L’Europeo” (dal titolo eloquente Il Restauro che uccide), osservava con attenzione lo stato del patrimonio architettonico del nostro Paese, più di venti anni dopo, nel nuovo millennio, le cose non sembrano essere cambiate molto.
La riflessione va fatta su alcune tipologie di architettura in particolare, quelle legate a disegni militari e politici come l’architettura razionalista (estremamente connotata perché gli aspetti che la caratterizzano coincidono con gli stessi aspetti che la designano vittima di una damnatio memoriae che non trova mai fine, essendo un’architettura associata al movimento fascista sotto il cui regime si è potuta sviluppare) e l’architettura di difesa (forti militari e torri).
Quasi per contrappasso, questi edifici, nati per rispondere alle esigenze strutturali di difendere la città da attacchi nemici e da situazioni bellicose, si sono trovati, in epoche più recenti, nel più totale immobilismo, passando dalla loro natura iper funzionale ad una stagnante condizione di non uso.
Cambiano i contesti culturali, sociali ed economici: la cinta dei forti militari romani rimane immobile e chiusa nei luoghi in cui aveva un preciso motivo di esistere, rigorosamente fedele ai vincoli militari e ai principi architettonici a cui doveva “sottostare”.
Cambia anche la città e l’architettura pre-esistente è destinata -forzatamente- a dimenticare le regole che dovrebbero continuare a governare le relazioni e le interazioni tra territorio e comunità locale, tra spazio fisico e collettività. Si definiscono così luoghi che hanno perso il loro senso di appartenenza e questo “non riconoscimento” li porta ad essere abbandonati , in disuso.
Siamo lontani dalla definizione di non luoghi teorizzata dal sociologo e antropologo francese Marc Augè perché troppi (e troppo densi) sono i significati e i legami che queste strutture architettoniche hanno con i contesti e gli usi per cui sono state edificate, basti guardare l’articolazione volumetrica dei singoli edifici (e la loro invadenza) e pensare ai precisi ruoli a cui dovevano di volta in volta assurgere.
Siamo lontani anche dalla definizione, ancora una volta presa in prestito dalla letteratura francese, di terrains vagues: una trovata storico-linguistico presa in prestito dall’architettura critica contemporanea per indicare tutti quei luoghi abbandonati dalla legge (terreni costieri frequentati dall’abusivismo e fabbriche in disuso rilette, solo dai più attenti, nella loro pienezza di significato acquisita dall’abitazione estemporanea dell’illegalità dei raves).
Siamo davanti a luoghi completamente investiti da vuoti di attenzione e pertinenza semantica per dirla con le origini filosofiche di Francois René de Chateaubriand: una fluttuazione in un momento storico in cui gli usi e i fini sono da ridisegnare.
Negli ultimi anni è iniziato un processo di recupero e ristrutturazione, che ha coinvolto alcuni importanti ex forti militari. La maggior parte di questi interventi è stata avviata ad opera di investitori privati in collaborazione con enti locali come le Regioni e i Comuni che si sono mostrati sempre più inclini a riqualificare l’architettura esistente. Alcuni esempi efficaci sono stati avviati nella regione veneta ma anche nel resto d’ Europa.
Certamente qualsiasi progetto di riqualificazione e conversione rende necessaria una trasformazione radicale nell’uso pratico di queste architetture. Sicuramente la mutazione di cui parliamo ha le caratteristiche di un processo lento e condiviso che riconosce come primo obiettivo quello di ri-integrare l’edificio con il territorio e con la città, con i cittadini. La finalità non è estetica nè speculativa: il percorso in atto è quello di condivisione quotidiana in cui la partecipazione sia una caratteristica da non sottovalutare. Raramente i nuovi destini dei singoli edifici riusciranno a fare dimenticare la loro provenienza, anche quando i collegamenti saranno disconosciuti l’invadenza dell’architettura rimarrà, con tutti i suoi rimandi storici.
L’azione del ricordare, infatti, “o avviene nel presente e dal presente dipende, o si misura con la contemporaneità e con le sue figure sociali, con la loro memoria dei luoghi, con i loro percorsi di attraversamento dello spazio” come sostiene il sociologo Massimo Ilardi da sempre attento alla mutevole sociologia urbana. Per questo motivo intervenire sul campo trincerato di Roma non significa cancellarlo ma inserirlo nuovamente nella mappa della città, riassegnandogli un riconoscimento identitario che i forti militari hanno perso con il passare del tempo. Soltanto così, attraverso processi di ridefinizione del ruolo all’interno del territorio l’ex sistema difensivo della città può essere riassorbito e rivissuto come patrimonio sociale e cultuale quale è .
( V. B.)
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