Forte Bravetta
Denominato inizialmente Casetta Mattei, proprio perché realizzato a ridosso della strada consorziale di casetta Mattei, costituiva il vertice sud-occidentale del poligono dei forti. Distava circa 3 chilometri dalla cinta del Gianicolo, identificata come cinta di sicurezza, a sud-ovest rispetto a Porta S. Pancrazio, mentre la distanza con gli altri forti era di 2250 metri rispetto al forte Aurelia Antica (in asse a nord) e di 2350 metri dal forte Portuense (a sud-est in posizione arretrata).
Il fronte principale, con tre postazioni doppie di fuoco, copriva l’area tra le vie Casetta Mattei e della Pisana: un’area assai problematica da un punto di vista difensivo per l’alternanza di alture e fossi, come quello della Magliana, che arrivava sino a 2,5 chilometri dal forte e si snodava in modo concentrico rispetto al poligono dei forti.
Per fronteggiare questa condizione territoriale problematica i fuochi furono organizzati in modo radiale tra fronte e fianchi, in modo da poter coprire da nord-est l’area della Nocetta, traguardare il forte Aurelia Antica, la zona a nord tra via Pisana e Aurelia, l’area antistante sino alla via Portuense e chiudere la copertura a sud-est con il traguardo del forte Portuense.
Se la copertura con il forte superiore era adeguata, anche per l’altezza della linea di fuoco (qui a m. 82,70), restava problematico il collegamento a sud, dove – infatti – era prevista inizialmente una batteria, successivamente un forte sull’area del Trullo, che non fu realizzato.
Il forte Bravetta fa, ovviamente, parte della prima fase di realizzazione, in quanto a destra del Tevere. La costruzione fu cominciata nel dicembre 1877 e portata a termine nel gennaio 1883, con un costo di poco superiore al milione di lire (£ 1.030.553) e un’indennità di esproprio assai modesta, pari a £ 46.260, per un’area poco appetibile da un punto di vista edilizio.
La morfologia di base, pur restando lineare, viene articolata in una soluzione unica che denota specifiche attenzioni progettuali dettate dalla situazione topografica complessa che si è vista.
Il fronte risulta composto da una faccia rettilinea e due cortine oblique, con angolo interno di 140°, seguono i due fianchi, ortogonali alla faccia ma con angolo di 130° rispetto alle cortine precedenti, sino al fronte di gola che è tanagliato.
In questo modo si ottiene una maggiore frammentazione del fronte di attacco che può diventare quasi radiale con postazioni sia frontali che angolari.
Questa particolare soluzione planimetrica determina un arricchimento degli elementi esterni per la difesa dei vari fronti. Per esempio la caponiera del fronte la troviamo all’estremità a sud della faccia principale, a controllo del fossato rettilineo e di quello obliquo a sud; gli altri tre angoli e rispettive cortine con relativi fossati vengono protetti da tre mezze caponiere poste all’intersezione dei lati, determinando un fronte esterno irregolare, a salienti.
In realtà, se la rottura dei fronti permetteva un maggiore controllo offensivo, la soluzione dei fossati e controspalti a salienti creava una serie di aree vulnerabili e con lacune difensive che lo rendevano da vicino facilmente conquistabile.
La gola, divisa in due salienti, aveva una caponiera centrale e bastione terrapienato esterno.
Anche l’articolazione interna risente di questa differente impostazione. Eliminata ogni assialità, l’ingresso è sul lato destro della gola e porta ad un piccolo ridotto interno. Dall’ampia piazza d’armi (a 72,50 metri s.l.m.) attraverso rampe si arrivava al livello del ramparo (con linea di fuoco a metri 82,70 s.l.m.) ampio 15 metri, con parapetto largo 9. Al di sotto dei rampari come di consueto vi erano i ricoveri dei soldati con solide volte e scale interne per raggiungere le traverse. Le traverse laterali sono più lunghe di quelle frontali e le due tra fianchi e gola mettono in collegamento le postazioni angolari con i rifugi di gola.
Si tratta, quindi, di un interessante esempio di adattamento di un modello tipologico a specifiche soluzioni ossidionali che lo rendono più completo nella copertura da lontano ma più vulnerabile da vicino; questo, inoltre, elimina ogni consueta organizzazione interna a favore dell’attività di artiglieria. Potrebbe, quindi, essere definito una soluzione intermedia tra un forte e una batteria.
Il forte, che dall’inizio del secolo era adibito a poligono di tiro per le reclute dell’esercito, nel periodo fascista fu utilizzato come luogo di esecuzione delle sentenze di morte emesse dal Tribunale speciale per la difesa dello stato.
Durante l’occupazione militare tedesca della città (10 settembre 1943 – 3 giugno 1944) il forte fu adibito a luogo di esecuzione delle sentenze di morte emesse dal Tribunale militare di guerra germanico. Un monumento posto all’ingresso del forte, ricorda l’uccisone di 77 patrioti, alcuni dei quali fucilati il 3 giugno 1944 a poche ore dalla liberazione della città. Nell’estate del 1945 vi furono fucilati alcuni criminali di guerra, condannati dall’alta corte di giustizia. Ricordiamo Pietro Caruso, questore fascista di roma, e Pietro Koch, capo dell’omonima “banda” al servizio delle ss di Kappler.
Situato nel XVI° Municipio ricade all’interno della riserva naturale Valle dei Casali, si estende su una superficie di 10,6 ettari.
Destinato dal Prg del 1962 a zona G4 (case unifamiliari con giardino) con il nuovo Prg, a seguito dell’istituzione con legge Regionale 29/97 della Riserva Naturale Regionale della Valle dei Casali, lo classifica come “Parchi Istituiti”.
Attualmente nel forte risulta ancora attivo un deposito militare, anche se è in via di acquisizione da parte del comune di Roma.
Nel 1997 si è costituito un comitato Forte Bravetta.
La gran parte di questo testo proviene dal libro a cura di Elvira Cajano “Il sistema dei Forti militari a Roma” - Gangemi Editore la cui proprietà letteraria è riservata
