La Morfologia


La MorfologiaDal punto di vista morfologico il campo trincerato di Roma è frutto delle passate sperimentazioni avvenute a partire dal XIX secolo nelle altre capitali europee e in alcune realtà strategiche italiane.
Infatti in Europa, già al termine del periodo napoleonico, si verificò un incremento delle difese nelle città asburgiche, in quelle della confederazione Germanica e in Francia, seguendo in particolare due scuole di pensiero “fortificatorie”: quella tedesca, che adottava il tracciato poligonale congiunto a elementi di provenienza diversa, e quella francese, caratterizzata dall’utilizzo di un fronte bastionato e tenagliato.
In Italia, è soprattutto nel Quadrilatero austriaco (Verona, Peschiera, Mantova e Legnago) che si sperimentano le prime realizzazioni di campi trincerati, “caratterizzati da una cinta continua arretrata di sicurezza e da opere staccate lungo le vie tattiche da difendere, in modo da sottrarre il nucleo abitato al bombardamento nemico.” A Mestre il campo trincerato fu iniziato dagli Austriaci e rafforzato nel 1866 dal Regno Italiano. Nella seconda metà del XIX secolo sono le città di Bologna, Piacenza e Ancona a vedersi erigere a propria difesa delle strutture di fortificazione, mentre viene istituita una Commissione di valutazione delle opere a difesa dello Stato e della capitale.

Molto è stato fatto e scritto a proposito dei forti militari: vere e proprie scuole di pensiero hanno dato vita ad una disciplina teorica, ricca di personaggi più o meno noti, che hanno giudicato e commentato le opere già in essere e influenzato lo sviluppo e la costruzione dei campi trincerati successivi.
Una delle più indiscusse autorità in materia è il francofono Alexis Brialmont, che, nelle sue opere, “entra nel merito specifico e attuativo delle condizioni” che i campi trincerati devono soddisfare. Egli fa riferimento a tre importanti strateghi degli anni ’30 del XIX secolo, il generali Jomini, lo stratega tedesco von Clausewitz e il principe Carlo. Del primo condivide le seguenti tesi: uno Stato deve avere delle piazze scaglionate su tre linee, dalla frontiera sino alla capitale; le fortezze devono essere costruite in punti strategici importanti; il soprannumero di piazzeforti può risultare nocivo; le grandi piazze situate al di fuori delle linee strategiche costituiscono delle minacce per la difesa dello Stato.
Brialmont scrive: “Quando le circostanze lo permettono è importante fortificare la capitale e, in ordine, anche le capitali delle regioni e le principali città di commercio”, introducendo in tal modo il tema delle piazze interne, affrontato da von Clausewitz e poi ripreso dal principe Carlo. Fu proprio quest’ultimo a dividere le piazzeforti situate all’interno di un paese in tre categorie: quelle a difesa dei nodi strategici (vie, ferrovie, fiumi e valichi), quelle destinate a servire da perni di manovra, e infine la grande piazza con funzioni di ridotto centrale e ultimo rifugio delle armate, che occuperà il punto strategico del paese, spesso la capitale.
Brialmont analizza nello specifico anche la concreta composizione dei campi trincerati, affermando la necessità che siano composti da opere staccate e poste lontano dalla città che ne funge da caposaldo, in modo tale da metterla a riparo dai bombardamenti; sostiene l’utilità del muro di cinta, del ridotto centrale e di non troppo ampi spazi tra un forte e l’altro (a Roma, nonostante i progetti prevedessero un campo trincerato costituito da forti più cinta, in fase di realizzazione fu trascurato il miglioramento delle cinte murarie già esistenti).
Secondo Brialmont un campo trincerato efficace è costituito da grandi forti a fiancheggiamento proprio, divisi da intervalli di spazio che non superino i 5-6 chilometri, meglio se con rientranti e salienti pronunciati. “Più un forte è lontano dai forti limitrofi e dalla città, più deve essere in grado di offrire resistenza”, quindi maggiori devono essere le sue dimensioni; i fortini, invece, sono utili nel difendere punti secondari. Al fine di coprire gli spazi non raggiunti dall’artiglieria di un forte, è necessaria la costruzione di batterie intermedie, allineate sugli estremi inferiori dei due forti limitrofi.
Per ciò che concerne il tracciato e l’organizzazione interna dei forti, Brialmont afferma che il fronte di testa, il più possibile tangente alla circonferenza del campo trincerato, deve essere raccordato da due fronti laterali e coperto da un fronte di gola. Le caponiere di appoggio a tali fronti devono essere dotate di magazzini, alloggiamenti e laboratori, ed essere armate da 2/4 cannoni. A proposito di ridotti, nonostante il tema abbia diviso in passato le scuole militari, Brialmont ne evidenzia l’utilità, in quanto consentono i ritorni offensivi sull’assalitore, nel caso in cui quest’ultimo riesca a penetrare nel forte.
La forma migliore di un campo trincerato, pertanto, è quella circolare, con i forti posti a una discreta distanza dalla cinta per evitarne il bombardamento. Al fine di ovviare alla conseguente eccessiva profondità, Brialmont propone di difendere le grandi capitali con due o tra campi trincerati disposti in modo radiale tra linee difensive concentriche.
Ultimo tema affrontato da Brialmont è quello delle artiglierie: prima la rigatura delle bocche da fuoco, che aumentò la precisione dei proiettili e la precisione del tiro, poi l’adozione di proiettili dirompenti e un ulteriore incremento di precisione dei cannoni, contribuirono a rendere obsolete opere difensive permanenti realizzate qualche decennio prima.


Questo testo proviene dal libro a cura di Elvira Cajano “Il sistema dei Forti militari a Roma” - Gangemi Editore la cui proprietà letteraria è riservata