La storia - versione integrale


 IL DIBATTITO E I PRIMI PROGETTI PER ROMA CAPITALE

L’annessione di Roma al Regno d’Italia
Fra le “questioni risorgimentali” che il giovane Regno d’Italia si trovò ad affrontare, la più spinosa fu quella relativa all’annessione di Roma e del Lazio. Cavour si dimostrò particolarmente sensibile a questa problematica e nel marzo del 1861 al Parlamento riunito a Torino affermò con vigore l’esigenza che Roma fosse riconosciuta come capitale d’Italia. Il problema dell’annessione di Roma era particolarmente complesso, perché non solo investiva problemi territoriali, ma chiamava anche in causa il problema delle relazioni tra Chiesa cattolica e Stato italiano. Con la morte di Cavour venne meno l’unica figura in grado di dirimere quella che era ormai chiamata la “questione romana”. Nel 1864 fu istituita la “Convenzione di settembre” con la quale la Francia accettò di ritirare la sua guarnigione a difesa dello Stato pontificio. Nel 1870, quando andò al potere Urbano Rattazzi, si presentò l’occasione per la conquista di Roma, con la sconfitta della Francia a Sedan e la conseguente caduta di Napoleone III. Il governo italiano, allora presieduto da Giovanni Lanza, ebbe la possibilità di intervento sul suolo romano e proclamata decaduta la “Convenzione di settembre” il governo comandò di marciare su Roma e il 20 settembre 1870 l’esercito italiano entrò nella città attraverso una breccia aperta nelle mura all’altezza di Porta Pia. Il 2 ottobre 1870 si tenne in tutto il Lazio un plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia. L’anno successivo Vittorio Emanuele II fece il suo ingresso ufficiale nella città e si insediò nel palazzo del Quirinale.
La difesa dello Stato unitario e il problema della capitale: le posizioni dei generali Brignone, Veroggio e Martini
Le varie proposte sul dove e come predisporre fortificazioni per assicurare lo Stato unitario e la capitale sono presentate nella Rivista Militare Italiana tra il 1871 e il 1873, soprattutto da tre generali del Genio: Antonio Brignone, Benedetto Veroggio e Felice Martini, i quali, attraverso le pagine della Rivista, instaurano un vero e proprio dibattito con soluzioni tra loro molto diverse.
Le Memorie del maggiore generale Antonio Brignone Sulla difesa degli Stati in generale e dell’Italia in particolare
Per Brignone il cardine del sistema difensivo dello Stato unitario è un “ridotto centrale unico di difesa e che la postazione di questo ridotto vuol essere fissata nella zona di terreno circoscritta a nord e levante della catena degli Appennini, fra i passi dell’Abetone e di Bocca Trabaria, a ponente dal mare fra Spezia e Livorno, a sud dai fiumi Serchio e Arno, fra Pisa, Pontassieve e San Miniato con centro a Pistoia.
Per quanto riguarda le difese continentali, l’Italia è caratterizzata dalle Alpi, che vanno da Ventimiglia sino a Latisana sul mare Adriatico”.
Brignone propone, quindi, la realizzazione di 17 forti lungo le vie delle Alpi e 4 sulle vie che attraverso l’Appennino portano al Po. Per la difesa della frontiera alpina, da Genova sul Mediterraneo a Cormos sull’Isonzo, per circa 1000 chilometri vengono, quindi proposti 21 forti, con una spesa di due milioni di lire ciascuno.
L’altro settore  dei confini assolutamente vulnerabile è quello della difesa delle coste. Vengono individuati da Brignone 21 porti, rade o stretti da fortificare. Uno solo da crearsi interamente, La Spezia, e gli altri da migliorare, per un costo massimo complessivo di 70 milioni di lire.
Una volta individuato il ridotto centrale di difesa e assicurate le frontiere sia continentali che marittime, è necessario, secondo Brignone, collegare le difese di frontiera con il ridotto centrale. Si tratta della scelta più complessa e, anche in questo caso, il generale ipotizza campi trincerati di grande ampiezza. Per queste difese interne la spesa ammontava a 95 milioni di lire.
Brignone ritiene che la difesa di una capitale come Roma non potrebbe che avvenire attraverso una corona di forti ad una distanza non minore di tre chilometri e “sopra” una circonferenza di almeno sei chilometri con un presidio di ottomila uomini e una guarnigione non inferiore ai trentamila, per una spesa di almeno 50 milioni. Il problema, secondo Brignone, è valutare se la difesa della piazza di Roma è altrettanto indispensabile come lo sono le altre piazze strategiche, per esempio nella valle del Po; dall’altra parte il timore principale era quello di un assedio repentino e inaspettato della Capitale mentre tutte le truppe e le forze erano impegnate nella valle del Po.
L’Italia non avrebbe nulla da temere in quanto la dinastia dei Savoia è la più antica e regge acclamata l’intero territorio nazionale liberato dal potere straniero, né altro casato avrebbe i titoli per sostituirla. Per Brignone, quindi, l’eventuale caduta della capitale sotto il profilo esclusivamente politico non avrebbe alcuna seria conseguenza né per la monarchia costituzionale né per la dinastia regnante.
E’ evidente che per il generale Brignone l’idea di fortificare Roma per delle incertezze politiche risulta inutile e dispendiosa a discapito di un sistema difensivo dell’Italia costruito sui suoi veri cardini. Abbandona, quindi, la fortificazione di Roma e propone un piano difensivo ridotto, che pur basandosi sui medesimi principi e linee di guida del precedente, tende a dimezzarne i costi, utilizzando il più possibile le fortificazioni già esistenti, razionalizzando i sistemi della piazzeforti e dilazionando tutte le opere in tre fasi.
Al contrario di quanto sostenuto dal generale Brignone, il generale Veroggio Della difesa territoriale sostiene l’assunto per lui fondamentale e condizionante che “la capitale di uno Stato essendo fra le città la più importante, io ammetto che debba essere a preferenza di altre fortificata. E’ dunque da Roma che avrebbe centro il sistema di difesa territoriale”.  Per Veroggio la prima operazione è realizzare un ridotto centrale di difesa, in questo caso coincidente con la capitale. Il generale prova che storicamente negli assedi moderni lo scopo del nemico è raggiungere la capitale, nel nostro caso sarebbe Roma, che potrebbe essere meta di una spedizione della flotta francese. Propone a tal fine una cintura di forti staccati che, in base alla evoluzione delle artiglierie, dovranno essere spinti verso l’esterno di circa 52 chilometri e un costo pari a quello della medesima città, 140 milioni di lire.
Difesa la capitale, Veroggio propone una seconda piazza da fortificare considerando che l’attacco potrebbe venire dalla Francia o dalla Germania: in questo caso il luogo più opportuno per il controllo sarebbe Piacenza, in quanto appartiene alle grandi linee di difesa che sono il Po e l’Appennino e andrebbe difesa con un capo trincerato assai esteso, sul tipo di quello di Anversa. Essa, infine, può essere messa in collegamento con Alessandria, Genova e La Spezia e propone per queste ultime due un rafforzamento delle difese. Per un totale di 235 milioni di lire per le difese dello Stato.
Altra posizione ancora è quella espressa dal generale Felice Marini in tre suoi Studi sulla difesa d’Italia, presentati nella Rivista Militare Italiana nel 1871.
Nonostante la corposità degli interventi, le sue posizioni rimangono assai vaghe sia nell’individuazione degli interventi sia nel dettaglio concreto delle realizzazioni, non indicando quali sarebbero state queste difese, né tanto meno i loro costi.
La differenza principale tra la posizione del generale Martini e quella dei due protagonisti precedenti è la valorizzazione che Martini fa dell’esercito e dell’armata navale, prima risorsa fondamentale della difesa del nostro paese, alla quale si aggiungerebbero successivamente le fortificazioni permanenti. Martini attribuisce una grande rilevanza alla difesa delle coste per la conformazione dell’Italia. Ritiene che vadano difese e rese valide piazzeforti marittime Genova, Messina, Venezia, La Spezia e Taranto.
La Relazione a corredo del Piano di difesa dell’Italia e la difesa di Roma
Nell’agosto del 1871, quando già i generali Brignone e Veroggio si erano espressi sulla fortificazione o meno della capitale, la Commissione incaricata dal Ministero della Guerra presentò una “Relazione a corredo del Piano generale di difesa dell’Italia”, con due soluzioni: un primo progetto di difesa e un piano ridotto dalla spesa dimezzata.
“La Commissione di difesa, penetrandosi dell’importanza eccezionale che la conservazione di Roma riveste per l’Italia; penetrandosi ad un tempo di manifesti pericoli a cui, per la sua vicinanza al mare, questa capitale trovasi esposta; facendosi carico delle conseguenze politiche e militari che ne deriverebbero per la stessa unità italiana, in oggi appena compiuta, dalla sua caduta, ha riconosciuto l’assoluta inidispensabilità di difendere direttamente o colla più efficace energia l’accesso a qualunque avversario”
Il campo trincerato composto per la difesa di Roma è costituito da 7 forti staccati come prima cinta, 16 forti staccati per la cinta più esterna, dall’ampliamento e miglioramento delle mura e da una cittadella a Monte Mario.
In base a questa relazione il ministro della Guerra presentò alla Camera l’11 dicembre del 1871 un progetto di legge per le opere di difesa dello Stato, per un importo complessivo di 152 milioni, incluse armi, provvisioni e difese, da spendersi tra il 1872 e il 1881.
La Camera nominò una apposita Giunta per l’esame del progetto legge, costituita dagli onorevoli Depretis (presidente), Acton, Bertolè, Viale, Carini, Cavalletto, Corte, D’Ayala, Farini, Perrone di S. Martino, Tenani e Maldini. La medesima Giunta, al fine di valutare le proposte non solo dal lato economico ma anche da un punto di vista tecnico, divise il lavoro in sei relazioni con corso indipendente; quelle per le spese straordinarie furono approvate nel ’72, le altre valutate nell’aprile 1873 alla Camera ed esposte nella Rivista Militare Italiana.
Subito dopo la presentazione del progetto di legge nel dicembre 1871 e nell’attesa del suo iter burocratico, il Ministero della Guerra incaricava nel febbraio 1872 la Direzione del Genio Militare di predisporre un progetto per fortificare con opere occasionali la città di Roma..
Il progetto di massima di fortificazione con opere occasionali per la difesa di Roma fu presentato dalla Direzione Generale d’Artiglieria e Genio nel 1873 e prevedeva 15 piazze d’armi disposte intorno a Roma e un anello esterno di forti. Contemporaneamente si predisponeva un progetto di miglioramento delle mura.
Il 21 gennaio 1875 il Ministro della Guerra, Ercole Ricotti, presentava alla Camera dei Deputati un Progetto di legge per le fortificazioni dello Stato. Il Ministro ripercorre l’iter del progetto di legge, che era stato presentato alla Camera nel dicembre del 1871 e che prevedeva una spesa di 152 milioni, e vede che solo due aspetti furono stralciati e approvati con leggi speciali: il primo riferito alla fabbricazione di armi portatili e il secondo per la costruzione di una diga e di fortificazioni a La Spezia. Nel progetto di legge del 1875, quindi, la cifra a disposizione è più che dimezzata ed emerge chiaramente l’abisso creatosi tra le grandi opere di difesa proposte dalla Direzione Generale d’Artiglieria e Genio nel 1873 e la assoluta mancanza di finanziamenti alla difesa della capitale decretate nel 1875.
Una risposta pronta e allarmata al progetto di legge si ha nell’aprile successivo, e sempre attraverso le pagine della Rivista Militare Italiana, ma purtroppo rimasta in forma anonima.
In questa proposta si ribadisce che Roma può essere attaccata dal mare e da nord e resta l’unica piazza tra il Po e il sud della Penisola, per cui è necessaria la sua fortificazione facendone un “perno strategico” della difesa generale e le sue fortificazioni dovrebbero avere il maggior valore possibile.
La soluzione migliore risulta essere un campo trincerato addossato, per un esercito di 60-70 mila uomini, con una o due linee di opere staccate ed aumentando il valore difensivo della cinta esistente.
Su strategie simili si erano basati i piani per la difesa di Roma presentati sino al 1874, quello della Commissione permanente per la difesa dello Stato, che adottava Roma come ridotto generale dell’Italia peninsulare, difesa da un campo trincerato per un costo di 42 milioni di lire, poi ridotti a 22 milioni, quello della Sottocommissione che prevedeva un grande campo trincerato con una prima linea di 23 forti, distanti da 4000 a 5575 metri dalla cinta e una seconda linea di 15 batterie occasionali, una cittadella sul Monte Mario e il rafforzamento della cinta muraria e, infine, il progetto della Direzione del Genio militare che proponeva di fortificare la città con una prima linea di 14 forti staccati, una seconda line di 13 batterie e un’opera importante sul Monte Mario, per un importo di 11 milioni e mezzo di lire.
Ecco, quindi, che nel giro di un quinquennio si succedono ipotesi strategiche, studi ministeriali di difesa, progetti esecutivi delle opere messi a punto da Genio e progetti di legge

Il campo trincerato di Roma
Nell’agosto 1877 l’incerto clima politico internazionale e i timori fondati di un nuovo attacco francese, proveniente ancora una volta dal mare, da Civitavecchia, evitando così accuratamente valichi e confini montani sui quali tanto si era dibattuto per difenderli, portarono alla approvazione del Regio Decreto con cui si deliberava, finalmente, la difesa della capitale per mezzo di un campo trincerato.
Il principale artefice del Regio Decreto era stato direttamente il Ministro della Guerra, il tenente generale Luiggi Mezzacapo. Si optò per un sistema più strutturato con opere di carattere misto, cioè con strutture murarie ma con gli altri elementi da realizzarsi successivamente e sol in caso di reale necessità. Si trattava di dieci forti e cinque batterie, con la cinta muraria come cinta di sicurezza e la predisposizione di un certo numero di siti strategici per il collocamento di opere occasionali di rinforzo.
Ancora una volta il Ministero della Guerra non ritenne le opere miste garanzia di sicurezza e, infine, si optò per un sistema più tradizionale e già sperimentato in altre situazioni: un campo trincerato costituito da opere a carattere permanente.
L’idea di base era quella di proteggere la capitale con una cintura di opere esterne, costituita da un poligono con distanze intermedie tra forti più vicini possibili, utilizzando le cinte murarie preesistenti con nuovi aggiornamenti e alcuni tratti realizzati ex-novo come cintura di sicurezza.
Il poligono raggiungerà un’ampiezza di circa quaranta chilometri e forti verranno posizionati a ridosso delle vie di accesso alla città, corrispondenti nella maggior parte dei casi alle antiche vie consolare, per tenere sotto controllo ogni possibile avanzata nemica, e sulle alture intermedie, andando a formare una maglia difensiva radio-concentrica, anche se i collegamenti previsti tra i forti non verranno realizzati.
La direzione generale fu tenuta da Luigi Garavaglia, direttore del Genio tra il 1871 e ‘78, che con i suoi molti collaboratori poté realizzare in così breve tempo il progetto definitivo e dare inizio alla realizzazione già dal novembre 1877

La prima fase dei lavori
La prima tranche dei finanziamenti fu destinata alla realizzazione dei primi sei forti alla destra del Tevere, per controllare tutte le direttrici di collegamento con Civitavecchia e il mare, tra nord-ovest e sud: Monte Mario, Casal Braschi, Boccea, Aurelia Antica, Bravetta e Portuense e di uno alla sinistra del fiume, l’Appia Antica.
Due anni dopo, ottenuti nuovi fondi dal Parlamento, furono realizzati altri cinque forti sulla sinistra del Tevere: Ardeatina, Casilina, Prenestina, Tiburtina e Pietralata; successivamente fu completato il poligono dei forti con i due a difesa del fronte settentrionale, Monte Antenne e Trionfale, e uno a sud, l’Ostiense.
Sulla sinistra del Tevere l’acquedotto Felice aveva determinato una carenza nella copertura tra i forti Appia Antica e Casilina, che venne compensata dalla realizzazione di due batterie arretrate: Appia Pignatelli e Porta Furba

La seconda fase dei lavori
Questa seconda fase, con la progettazione sino al 1879 e quindi l’inizio della realizzazione dei forti, dal novembre 1879 sino al ’91, fu diretta dal generale Durand de la Penne, che coordinò un numeroso gruppo di collaboratori.
Per quanto riguarda, invece, la cinta di sicurezza, furono ritenute sufficienti le cinte esistenti, migliorabili con alcune parziali modifiche al fine di poter appostare l’artiglieria. Infine nel 1892 venne messo a punto un progetto di massima per creare dei collegamenti stradali, tra cui alcune sotterrane, tra i vari forti. Il segreto militare non consente – anche in questo caso - di conoscere quali e come fossero.
Nel luglio del 1882 venne deliberata la costruzione di un ulteriore forte nella zona Trullo, per creare una triangolazione difensiva con i forti Portuense e Bravetta e rendere inaccessibile il fronte sud; un ulteriore forte fu previsto sull’altura della Farnesina. Fu iniziata la costruzione delle batterie Appia Pignatelli, Nomentana e Porta Furba e dei forti Ostiense, Trionfale e Monte Antenne.
Infine, nel novembre del 1882, furono attribuiti i nomi alle opere esterne, che si riferivano nella maggior parte dei casi alle strade radiali nei pressi delle quali erano state realizzate, ma anche alle località e alle tenute dove erano localizzate. Già nel 1882, quando la maggior parte delle opere erano state completate e il campo trincerato stava divento una concreta realtà difensiva ed architettonica della capitale, ci furono pesanti critiche a questa impostazione, le quali riguardavano non tanto la morfologia dei singoli forti, quanto piuttosto la loro localizzazione e organizzazione complessiva.

I cambiamenti di strategia dal 1885
Quando nel 1885 divenne Ministro della Guerra il generale Cesare Ricotti ci fu un brusco cambiamento nella strategia difensiva della capitale: il generale, infatti, sospese tutte le opere non ancora iniziate, vale a dire il forte Trullo, quello della Farnesina e le batterie Salaria e Parioli, sostenendo due priorità: la realizzazione di una nuova cinta aggiornata e l’adozione di opere esterne per una maggior difesa dei forti: nello specifico il muro alla Carnet, cioè un muro staccato, realizzato ai piedi del fossato, con postazioni continue di fucileria: una sorta di galleria difensiva del fossato. Fu aggiunto ai forti Braschi, Boccea e Trionfale sulla destra del Tevere e ai forti Predestina, Tiurtina, Pietralata e Casilina, così come sarà realizzato nelle batterie Appia Pignatelli e Porta Furba. Per quanto riguarda, invece, la nuova considerazione che venne attribuita alle mura, già nel 1885 fu messo a punto un progetto di cinta difensiva sulla destra del Tevere.

Il poligono dei forti
Entrando nel vivo della realizzazione, ripercorriamo il poligono dei forti, che raggiungeva un’estensione di 37 chilometri, al fine di ricomporre – in modo sintetico e rimandando alle schede successive – il quadro del campo trincerato.
Il primo forte è Monte Mario che indica col nome l’altura sulla quale fu realizzato. Sorvegliava un ampio tratto della via Trionfale, forse il tratto più critico nel caso di attacco da nord-ovest per evitare il raggiungimento della capitale; a sinistra formava una triangolazione difensiva con i forti Trionfale e Braschi.
Il forte Trionfale, più avanzato lungo la via da cui prese il nome, a due chilometri dal forte Monte Mario, costituiva lo sbarramento dell’accesso da nord-ovest e controllava tutta l’area a nord della città, sino al Tevere; mentre a sud traguardava il forte Braschi che deve il nome alla tenuta all’interno della quale fu realizzato, sull’area di un casale. Con il fronte controllava l’area a nord-ovest della città congiuntamente al forte Monte Mario e Trionfale. Il forte Boccea deve anche in questo caso il nome alla tenuta e rappresentava la punta più avanzata del fronte occidentale con il controllo da nord della via Aurelia.
Il forte Aurelia Antica deve chiaramente il suo nome all’antica via consolare e fu realizzato all’incrocio di questa con la strada Casetta Mattei e costituiva un corpo difensivo unico con il forte Boccea.
Il forte Bravetta, che deve il nome alla omonima via lungo la quale fu realizzato, costituiva il vertice sud-ovest del poligono e, pur non controllando arterie radiali, le sue artiglierie battevano l’area tra le vie Pisana e Portuense.
Il forte Portuense fu realizzato lungo la omonima via. Esso controllava non solo la via Portuense, ma a sud anche l’area della Magliana e del Trullo e, soprattutto, le sue artiglierie miravano a difendere l’area a sud del Tevere traguardando il forte Ostiense. Quest’ultimo copriva tutta la vallata del Tevere, il fosso della Magliana, la ferrovia per Civitavecchia e controllava ogni accesso da sud.
Il forte Ardeatina costituiva il vertice meridionale del poligono di forti e controllava tutta l’area a sud, alquanto insidiosa, con le alture di S. Alessio e quelle della tenuta della Cecchignola.
Il forte Appia Antica fu il primo ad essere realizzato e l’unica opera a sinistra del Tevere della prima fase, deve nome e posizione alla omonima via, controllando ogni accesso da sud-est.
Il forte Casilina deve anch’esso la denominazione alla importante diramazione sud orientale. La sua posizione, intermedia tra la via Casilina e l’altra diramazione, la via Tuscolana, determinò una notevole distanza con il forte Appia Antica, anche per via dell’acquedotto Felice e si rese necessaria la successiva realizzazione delle due batterie intermedie.
Il forte Prenestina anche questo sulla omonima via per Frascati, costituiva il limite orientale del campo, con il fronte custodiva la vasta area tra la Casilina e la Prenestina, che presentava non poche difficoltà di controllo, oltre all’importanza del controllo del territorio appenninico.
Il forte Tiburtina copriva la direzione per Tivoli sino all’altezza del ponte Mammolo e della pianura dell’Aniene.
Il forte Pietralata, realizzato nella omonima tenuta, controllava il corso dell’Aniene. La distanza con il forte Tiburtina era consueta quella “eccessiva” con il forte successivo, il Monte Antenne, richiese la realizzazione di una batteria intermedia, la Nomentana, a controllo della via in direzione nord-est.
L’ultimo forte, il Monte Antenne, doveva coprire interamente tutto il fronte settentrionale ed ecco perché fu affiancato dalla batteria Nomentana. In questo caso controllava l’area tra la Salaria e la Flaminia.

L’impostazione teorica del campo trincerato di Roma
L’impostazione generale del campo trincerato e, soprattutto, quella morfologica dei forti deriva non solo dalle indicazioni e dall’esperienza di Brialmont ma anche dalle teorizzazioni dei nostri esperti, quali il generale Brignone e il capitano Mariani.
Brignone ne parla direttamente nella Rivista Militare Italiana nel 1871. Le caratteristiche e le soluzioni prospettate dal Brignone saranno adottate nella realizzazione dei forti a distanza di qualche anno.
I ridotti centrali vengono soppressi in quanto tali, cioè come luoghi dell’ultima difesa, ma in tutti i forti viene mantenuto un corpo centrale per il ricovero ufficiali, con ambienti voltati “alla prova” e terrapieno superiore, così come i ricoveri sono realizzati sotto il ramparo. Il fronte di gola, pur non avendo in alcun forte postazioni superiori di artiglieria, mantiene il terrapieno, con ricoveri di gola sottostanti e struttura complessa. La piazza d’armi è ridotta, ma viene mantenuta, così come i fianchi dei forti sono realizzati obliqui rispetto al fronte principale, anche per la modesta distanza tra i forti, che permetteva il traguardo reciproco.
Nel 1883 l’allora capitano Mariani affronta il problema dei campi trincerati a difesa di uno Stato. Entrando nel merito della disposizione di un campo trincerato, precisa che la fisionomia moderna costituita da una cinta continua preceduta da una o più linee continue di forti staccati è finalizzata ad “accrescere la potenza difensiva degli eserciti di campagna”. Una questione rilevante era quella della distanza dei forti rispetto alla cinta e quella reciproca; queste due distanze dipendono da tre fattori: dalla forza dell’esercito difensivo, dalla natura del terreno e dalla portata utile delle artiglierie.
Il Mariani, poi, sollecita a rivolgere più attenzione agli elementi attivi dell’offesa che a quelli della difesa e in questo senso ritiene che si debbano abbandonare del tutto i tracciati a salienti, cioè bastionati o tanagliati, per adottare quelli poligonali o rettilinei, come quelli della capitale, almeno per quanto riguarda i tre lati esterni; un’altra indicazione è quella di modificare il profilo della fortificazione al fine di evitare che le murature defilate siano distrutte dai tiri curvi.

Le critiche all’impostazione del campo trincerato: Cerreti e Araldi
Critiche, e anche molteplici, furono indirizzate all’impostazione del campo trincerato di Roma sin dal 1882.
Il Cerreti, ad esempio, fu molto critico verso l’adozione – tradizionale – del fronte di gola bastionato o tanagliato che costava molto e richiedeva tempo per non assicurare molta difesa. Le sue critiche furono rivolte, in particolare, alle soluzioni adottate nel forte Monte Mario dove nessuna importanza ebbe la morfologia dell’area. Le critiche più articolate e mirate sono quelle del generale Antonio Araldi.
Ne Gli ostacoli naturali e la fortificazione con applicazioni alle difese alpine ed a quelle di Roma recrimina che la maggior parte dei nuovi fortilizi è stata realizzata nelle aree più infette ed esposte alla malaria, lasciando al nemico aree salubri per le postazioni dell’attacco. Del resto un errore fondamentale nella concezione di tale campo trincerato era stato l’apprestamento solo contro un colpo di mano, senza prevedere una resistenza stabile ad un assedio più o meno duraturo e ciò per una Capitale non era assolutamente tollerabile. Né, ad esempio, si era pensato di garantire una città così monumentale contro i rischi di un bombardamento.
Un altro difetto gravissimo, secondo l’Araldi, è che “tutte le sorgenti degli acquedotti che alimentano la città trovansi al di fuori e a grande distanza dalla cerchia difensiva”: la prima conseguenza in caso di accerchiamento sarebbe stata la mancanza di acqua al suo interno, causa da sempre di resa repentina della piazzaforte, oltre che delle peggiori malattie.
Inoltre fa presente che la difesa è portata avanti mediante una modesta cerchia di forti a non grande distanza dal nucleo interno, lasciando interamente scoperte e in balia di assedio le posizioni inespugnabili dei Colli Albani e delle alture di Bracciano.
Dopo queste considerazioni nel 1890 Brialmont si pronuncia in questo modo “Rome est donc aujourd’hui à l’abri d’un coup de main”

I Forti Nella  Prima Guerra Mondiale
Durante la prima guerra mondiale, Roma fu dichiarata “città aperta”: i forti e le batterie furono disarmate e le artiglierie furono trasportate al fronte per rinforzare il campo trincerato di Osoppo e le teste di ponte di Codroipo e Latisana sul fiume Tagliamento.


Questo testo proviene dal libro a cura di Elvira Cajano “Il sistema dei Forti militari a Roma” - Gangemi Editore la cui proprietà letteraria è riservata